VALUTAZIONI
DI PIETRO SCHIRRU SU PENA DI MORTE E PRIMARIE IN AUSTRALIA
Ho
seguito con attenzione e scrupolo professionale, nelle ultime paio di
settimane, i mezzi di informazione italiani (carta stampata, radio, televisione
e internet) cercando invano qualche notizia riguardo la condanna morte
e la successiva impiccaggione (venerdi' scorso) del cittadino australiano
Nguyen Tuong Van, 25 anni, colpevole per aver cercato di contrabbandare
in Australia circa 400 grammi di eroina. Niente di niente sui media italiani
in pieno contrasto con il risalto invece dato in Italia sul millesimo
giustiziato negli Stati Uniti (il solito nero, tanto per cambiare) da
quando molti stati americani hanno reintrodotto la pena capitale.
La forza dei numeri? La sensazionalita' di quel "millesimo"
giustiziato per far pesare una condanna pubblica per tutti quei Paesi
che nella loro legislazione comportano la pena capitale? Ma neanche per
sogno se in questo contesto non si parla di quella citta'-stato chiamata
Singapore. Se fa effetto che in 26 anni gli Stati Uniti hanno mandato
a morte mille persone che si deve dire di Singapore che nello stesso periodo
ha mandato a morte oltre 400 persone? Si ricordi che Singapore ha una
popolazione che e' appena poco piu' dell'uno per cento di quella degli
Stati Uniti e tanto per restare nella logica delle cifre questo significa
che per pareggiare il conto in quel Paese ne dovrebbero essere stati giustiziati
centinaia di migliaia. E per chiarire meglio questo concetto si puo' anche
prendere in esame la situazione dei presunti giustiziati in Cina che secondo
certe stime sarebbero 4/5 mila all'anno: comparando il pro-capite con
Singapore, la Cina, per fare sensazione ne dovrebbe mettere a morte almeno
qualche milione all'anno. No, cifre alla mano e' proprio la citta'-stato
di Singapore che ha il triste primato delle condanne a morte inflitte
ancora oggi con il cappio al collo.
Possibile che questa notizia non abbia potuto trovare spazio sui mezzi
d'informazione italiani? Eppure nella vicenda del giovane giustiziato
la settimana scorsa esistevano tutti i presupposti di carattere multietnico
con le conseguenti implicazioni di carattere civili ed umani che in molti
casi sono peculiari anche per un Paese come l'Italia.
Infatti Nguyen Tuong Van di origine vietnamita era nato 25 anni fa in
un campo profughi in Tailandia. Dopo due anni la madre ottenne il visto
per l'Australia e giunse a Sydney con Van e il fratello gemello. Il ragazzo
cresce e studia in Australia come qualsiasi altro "aussie".
Mai nessun problema con la giustizia con un'esistenza che e' sinonimo
di normalita'. Almeno fino a tre anni fa, quando Van fa un viaggio nel
sud-est asiatico e al ritorno dalla Cambogia, fa sosta a Singapore in
attesa di salire sull'aereo che lo riportera' in Australia. Stanco per
la lunga attesa si addormenta in una sala d'attesa e quando si rende conto
che il suo aereo sta per partire corre all'uscita per l'imbarco, dimentica
il cellulare nella tasca della giacca, viene fermato, perquisito e arrestato
dopo che gli agenti hanno trovato 396 grammi di eroina parte nascosta
sotto gli indumenti e parte in uno scomparto del suo bagaglio a mano.
Il giovane ammette subito le sue responsabilita'. Unica sua giustificazione
quella di aver accettato di fare il "corriere della droga" per
circa 20mila dollari in modo da poter pagare i debiti di gioco del fratello
gemello. Processato, in prima istanza viene condannato a morte. Sentenza
confermata in appello per diventare definitiva dopo che l'Alta Corte respingeva
la richiesta di commutazione della pena. Tre settimane fa veniva annunciata
la data dell'esecuzione fissata per il 2 dicembre ed e' solo allora che
la vicenda trova spazio sui mezzi di informazione australiani. Eppure
Singapore fa sempre notizia in Australia dove viene definito usualmente
il "paradiso dello shopping", da branchi di turisti che fanno
sosta attratti dall'ordine, dalla pulizia, dai viali alberati e ricchi
di fioriere, che sono tutto un negozio senza soluzione di continuita'.
Una citta'-stato che sa nascondere il suo carattere poliziesco e autoritario.
Una citta'-paese dove se una coppietta si sfiora le labbra in una patetica
parodia di un bacio, rischia di finire in carcere e subire la fustigazione
pubblica, come capito' anni fa ad un ragazzo americano di 14 anni, reo
di aver imbrattato un muro con la vernice spry e che non evito' la condanna
anche dopo l'intervento dell'allora presidente Bill Clinton. Una citta'-stato
che corre su due binari: uno medio alto per i cittadini di origine cinese
e un altro medio-basso-basso per i cosiddetti indigeni, i malesi. Una
citta'-stato che da oltre 50 anni, dopo l'indipendenza, e' governata dalla
famiglia Lee che e' ormai diventata un'anacronistica dinastia medievale.
Ebbene, che fa il governo australiano dopo che la vicenda di Van ha trovato
finalmente posto nei mezzi di informazione. Poco e tardi. Il Primo Ministro
John Howard nel corso di una riunione dei paesi dell'area del sud-est
pacifico ne parla informalmente con il presidente Lee gli che risponde
di non essere abituato a discutere le decisioni della magistratura del
suo Paese. Poche ore prima che Van venisse messo a morte le autorita'
carcerarie di Singapore hanno eccezionalmente concesso alla madre del
giovane di sfiorargli la mano: risultato questo vantato come uno straordinario
successo della diplomazia australia (parole del ministro degli esteri
Downer).
Ma in queste vicende, purtroppo, il peggio arriva sempre un attimo prima
delle conclusioni. Pressato da istituzioni civili e dalla pubblica opinione
di manifestare pubblicamente di essere in linea di principio contro la
pena di morte, il Primo Ministro John Howard, rispondeva che quello era
un tema che non rientrava nel programma del governo australiano. Peggiore
epitaffio non poteva avere Nguyen Tuong Van.
E ancora una nota sull'Australia che si accinge a varare (la legge e'
al Senato per l'approvazione definitiva) speciali leggi antiterrorismo
e che tra le altre norme prevedono anche il reato di atti di sedizione.
Molte le critiche per una legge che appare come una seria minaccia alle
liberta' civili e al diritto di espressione. Le maggiori critiche proprio
dal mondo legale australiano che attraverso il Consiglio Nazionale dei
Legali, una istituzione che riguarda organismi simili in tutti gli Stati
e i Territori hanno pubblicato un'intera pagina sul piu' autorevole quotidiano
australiano, Il Sydney Morning Herald, ponendo una serie di domande al
Primo Ministro Howard e denunciando che la legge trova l'opposizione di
tutto il mondo legale perche' prevede il carcere preventivo; perche' offende
i tradizionali diritti australiani di liberta'; perche' le giustificazioni
addotte per l'introduzione della legge sono state scarse e insufficienti;
perche' manca qualsiasi garanzia di salvaguardia per un uso improprio
della legge. Aggiungo che fa paura che un Paese democratico approvi una
legge anti-sedizione che in termini semplici significa che viene messo
in discussione il diritto di manifestare pubblicamente il malcontento
contro il potere costituito. Non ci vuole certamente molto per capire
che, sulla base di una legge definita draconiana, si possa soffocare sia
per i mezzi di informazione che per gruppi animati da democratica opposizione,
la liberta' di espressione.
D'altra parte non c'e' niente di nuovo su un governo che nega che che
la legge anti-sedizione possa essere usata, diciamo cosi', impropriamente.
Non lo hanno certo detto, inizialmente, tanti leader di Paesi autoritari
e dittatoriali, come l'Unione Sovietica di Stalin, la Germania di Hitler,
l'Italia di Mussolini, i paesi Iberici di Franzo e Salazar, la Romania
di Ceasuscue, La Cambogia di Pol Pot e etc. etc. E' stata la storia a
dimostrare quanto false erano quelle dichiarazioni di garanzia. Ecco perche'
personalmente a me fa paura la legge anti-sedizione anche perche' rischio
di non poter piu' scrivere quello penso del governo che mi.... governa.
In Australia sono le ore 23 ed ho appena ascoltato il risultato delle
elezione primarie del centrosinistra per designare il candidato dell'Unione
per le imminenti elezioni per il rinnovo del governo regionale siciliano.
Dopo aver preso nota con soddisfazione del successo della signora Borsellino
sostenuta dal Ds rispetto al candidato della Marcherita Latteri, mi e'
tornato in mente quanto avvenne il 30 ottobre scorso quando a Sydney si
svolse una riunione dei simpatizzanti di centrosinistra per costituire
un coordinamento dell'Unione, prima a livello statale e successivamente
a livello nazionale. Tra i temi in discussione di quella riunione vi era
anche quel del metodo per designare i candidati da presentare alle elezioni
politiche. Io per primo e successivamente anche altri tra i presenti sostennero
la necessita' di verificare la possibilita' di organizzare le primarie
anche in Australia in modo di dare ai concittadini il diritto di esprimere
le loro preferenze, evitando cosi' di lasciare ai soli lontanissimi partiti
la decisione di nomina dei candidati. Sara' forse perche' in Australia
il metodo di lasciare agli iscritti ai partiti di una determinata circoscrizione
di eleggere i loro candidati, la proposta venne accolta favorevolmente
da tutti, ad eccezione forse del solo On. Calzolaio che in quell'occasione
rappresentava i partiti dell'Unione che parlo' di ostacoli di natura organizzativa
e finanziari. A me sembrano giustificazioni pretestuose perche, benche'
sia passato piu' di un mese, non vi e' stato nessun commento da parte
italiana. Ripropongo la proposta come la feci quel giorno e mi chiedo
e chiedo: chi ha paura delle primarie in Australia?
(pschirru@zip.com.au)
05-12-2005 |