“ITALIANI BRAVA GENTE”, RUBRICA SETTIMANALE DI PIETRO SCHIRRU SUI QUOTIDIANI LA FIAMMA E IL GLOBO

Andiamo per ordine. E' veramente il caso di dire "italiani brave gente". per lo meno in quell'area di Sydney definita con una certa superficialità "Little Italy" (mi spiace per i lettori non residenti in Australia, che non possono neanche immaginarla) che gravita attorno a quattro quartieri di quella che viene definita, anche qui c'è una certa superficialità, la Inner City di Sydney. I quartieri con luna consistente presenza "italiana" sono Leichhardt, Haberfield, Five Dock e Concord.

Mi viene da ridere, ancora oggi, quando nell'anno 2000 - ricordate certamente le Olimpiadi di Sydney - il sindaco della City, allora l'italo-australiano Frank Sartor, che amministrava il centro della Città con una "manciata" di elettori che, tra negozianti e residenti potevano ammontare a qualche migliaia, diventava in effetti una controfigura del sindaco di New York Giuliani, dell'allora sindaco di Parigi, ora presidente della Repubblica francese o di Rutelli per sette anni sindaco di Roma per concludere con Veltroni, l'attuale sindaco della capitale d'Italia. La realtà dell'Australia è al di fuori di Sydney, cioè della City. Tanto per fare un esempio, il comune di Leichhardt, centro propulsivo della "Little Italy" ha una circoscrizione elettorale statale di oltre 150 mila cittadini. La città-quartiere di Parramatta ne ha circa 4/500 mila di elettori e non parliamo poi di Liverpool, altro quartiere occidentale che se non arriva al milione poco ci manca.

Allora, dovendo barcamenarci con questa realtà, quando proviamo a misurarci con i quattro quartieri che raccolgono da soli almeno due terzi degli italo-australiani residenti nell'area metropolitana di Sydney, cominciamo a parlare della stragrande maggioranza degli elettori del Nuovo Galles del Sud - tanto per fare un esempio - che hanno portato alla Camera e al Senato i nostri due parlamentari Marco Fedi e Nino Randazzo. E qui cominciamo a vedere il nostro mondo, quelle degli "italiani brava gente" con un'ottica diversa rispetto a quella che ci aveva identificato per tanti anni agli occhi della comunità australiana e cioè che la "Little Italy" era il posto dove andava a mangiare la pizza e gli spaghetti alla bolognese.

Niente da obiettare se, finora, siamo riusciti a mettere in evidenza due aspetti "italiani" a Sydney: il mangiare bene e il merito di aver contribuito a mandare in Italia due parlamentari. Ma se io faccio mente locale a quando arrivai in Australia all'inizio degli anni '70 e iniziai a lavorare come cronista proprio a La Fiamma, uno dei due quotidiani che settimanalmente ospitano questa mia colonna, scoprii attraverso una pubblicazione edita dal Ministero degli Affari Esteri, quanti Paesi nel mondo avevano una scuola italiana, spesso fino alla licenza liceale, venendo a sapere che, grande assente, tra tante nazioni del Medio Oriente e dell'America Latina, era proprio l'Australia. Lo scrissi, con la speranza che a somiglianza di altre comunità etniche (allora non si parlava ancora di multiculturalismo) anche l'Italia, in Australia, potesse avere una scuola bilingue, dove assieme alla lingua inglese si potesse raggiungere un titolo di studio anche in italiano.

Ci sono voluti trent’anni per arrivare a raggiungere questo traguardo e, qui, amici lettori, occorre "dare a Cesare quel che è di Cesare".

Lasciatemelo dire. A volte le notizie di cronaca che si succedono tendono a far dimenticare da dove e da chi sono stati generati i successi che registriamo adesso. E allora, per amore della verità, nel caso della scuola italiana bilingue che ora, raggiunta la quarta classe delle elementari, richiama tanta attenzione con i suoi oltre 90 alunni e con una lista di attesa che non finisce mai e che presto, trasferendosi dalla Casa d'Italia di Leichhardt, troverà una sede più appropriata occupando una parte del complesso dell'ex carcere minorile Yasmar di Haberfield, ricordiamo le persone alle quali si deve questo straordinario successo.

Li elenco in un ordine che non deve essere considerato di merito, perché il merito è suddiviso in parti uguali. La prima persona che mi torna alla mente per averla amica e capace di una collaborazione difficile da trovare nel mondo della diplomazia italiana è un ex Console Generale di Sydney, Stefano Queirolo Palmas che, quando era a in questa città ottenne la nomina (in assoluto il più giovane) di primo segretario di ambasciata. C'è poi l'allora presidente del Co.As.It, Pino Migliorino, e il suo comitato che sa lavorare senza mai cercare una velleitaria visibilità. E poi tre persone, l'allora direttore esecutivo dell'ente assistenziale italiano, signora Susy Schio, il suo assistente Andrea Comastri (oggi ne ha preso il posto) e Valeria Giannoccolo che assunse il gravoso incarico di preside e coordinatrice della nuova scuola.

Il bello (anzi il brutto) è che queste persone appena menzionate, lungi dal trovare un sostegno per quello che costituiva il traguardo più difficile e nello stesso tempo più prestigioso della nostra sonnecchiante comunità, dovettero lottare nell'opposizione di istituzioni e personalità socio-politiche italiane e italo-australiane, preoccupate come l'allora Ambasciatore italiano Dino Volpicelli perché il progetto del Co.As.It. non era così prestigioso come l'Ambasciatore pensava dovesse essere e altre persone che ormai potrebbero cominciare a seppellire la loro opposizione visto e considerato il successo della iniziativa di dotare l'Australia della prima scuola italiana.

Il merito per aver capito e testardamente (menomale) perseguito l'obiettivo che si erano preposti va tutto a loro ed io, una volta tanto penso di poter interpretare il pensiero e l'opinione di tanti italiani, ritengo doveroso dare a loro il credito e la gratificazione nel principio che se aspetti le condizioni migliori rischi di non fare mai nulla, come era già successo nei 30 anni da quando io sottolineai l'assurdità che una scuola italiana esisteva in Sudan e non in Australia. Grazie ex console Stefano Queirolo Palmas e grazie al Co.As.It.

E, adesso smettiamo, per primi noi italiani, a parlare di "Little Italy", per i tanti complimenti per lo stile di vita, della moda, della Ferrari, della vittoria ai mondiali di calcio (ammazza che sfilza di meriti) e del mangiare di noi italiani, per il contributo che abbiamo dato consentendo l'elezione di due rappresentanti di centro sinistra nelle Camere parlamentari italiane. Con la scuola italiana di Sydney possiamo tranquillamente pensare alla "Great Italy", altro che little.


Mi viene da compiangere il primo ministro australiano John Howard che sta spingendo per le nuove norme da applicare nei confronti dei cosiddetti "New australians", cioè gli immigrati, i quali, secondo le misure che il governo si accinge ad applicare, per poter diventare cittadini australiani, cioè naturalizzarsi, dovranno aspettare almeno quattro anni (finora ne bastavano due per fare domanda per avere la cittadinanza entro tre anni), superare un esame d'inglese e conoscere le leggi e i sistemi democratici del Paese.

Non parlo per sentito dire e neanche parlo per aver frequentato solo il cosiddetto "proletariato", nobile espressione da noi che qui significa soltanto la classe dei poveracci. No, parlo dopo aver frequentato per anni il mondo cosiddetto intellettuale a cominciare di quello dell'informazione. Quando lavoravo all'SBS, i giornalisti con estrazione non australiana, alternavano risa e pianti scoprendo l'enorme ignoranza geo-politica dei colleghi australiani. No, caro Primo Ministro, prima di imporre quelle disposizioni ai nuovi australiani, insegnate il minimo di conoscenza sociale, civile, politica, democratica agli australiani che nel Paese ci sono nati e ci vivono senza sapere nulla di quello che hanno attorno, compresa, in certi casi, persino la lingua inglese.

Grazie Primo Ministro, vedrà che dopo noi immigrati ne sapremo sempre qualcosa più di loro. Altro che esami del cavolo. (Pietro Schirru-La Fiamma-Il Globo/Inform)

INFORM - N. 49 - 9 marzo 2007


Torna