SONO PROPRIO LE PRIME GENERAZIONI AD IMPEDIRE AI GIOVANI DI PRENDERE PARTE ALLE ATTIVITÀ E ALLE INIZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI ITALIANE

Proprio vero che piove sul bagnato in Australia... anche a dispetto di tutti i problemi causa la siccità che affligge l'intero Paese. E' dal 1972, anno del mio arrivo in Australia, che a livello comunitario sento un ritornello che in una certa strana maniera pretende il "recupero" associativo dei giovani (seconda, terza e ormai quarta generazione di origine italiana). Già mi incavolo sentendo il termine "recupero" che - non occorre consultare un dizionario -, per capire che se si intende "riportare" qualche pecorella persa all'ovile. Ma neanche per l'anticamera del cervello. Se proprio dovessimo indicare con un verbo un processo di coinvolgimento dei giovani nella vita comunitaria e associativa dovremmo usare il termine "conquistare" prima la capacità degli anziani di mettersi da parte, poi di conquistare la loro fiducia, e infine concedere loro la necessaria e indispensabile autonomia sia nella programmazione che nell'esecuzione dei progetti di loro interesse.

Un processo di difficile attuazione poiché sono proprio le prime generazioni di immigrati ad impedire o per lo meno a rendere quasi impraticabile questo processo evolutivo che consentirebbe, se attuato, di proiettare positivamente culture, storie e tradizioni anche nel futuro. I sodalizi associativi vivacchiano a stento, spesso soltanto grazie ai contributi regionali o ad occasionali sponsorizzazioni generate da incroci di interessi che nulla hanno a che fare con le finalità statutarie di tante associazioni.

Che stupido ed inutile strumento di presunto potere, quello che tanti di noi anziani utilizzano per impedire alle seconde, terze, quarte generazioni di prendere parte alle attività e alle iniziative delle associazioni italiane: il conservatorismo più bieco, ecco quello che è. Detengono un potere sempre più ridotto a causa della diminuzione di associati che il più delle volte altro non fanno che perpetuare vecchi rancori, antipatie, capricci individuali senza mai pensare come obbligatoriamente dovrebbero all'interesse generale del gruppo ma, quanto più questo potere è ridotto, tanto più se lo sentono stretto come se fosse stato concesso loro per divinazione.

Ed è così che i giovani, anche se per un momento hanno creduto di poter accedere e succedere agli anziani, scappano via in fretta e furia appena si rendono conto che per loro non c'è nessuno spazio decisionale ma solo un momentaneo sfruttamento dovuto alla loro presenza numerica.

Sarebbe necessario un atto di consapevole umiltà per rendere possibile la costruzione di un progetto per il futuro ma sembra che questo semplice concetto sia di difficile comprensione per tanti di noi. E la cosa più penosa è che quando questi concetti vengono proposti, ti guardano come se venissi da un altro pianeta. E la consapevolezza di questo davvero intristisce e induce al peggiore pessimismo.

E neanche mi consola, né mi sorprende, il fatto di apprendere che questo problema non riguarda solo il mondo associativo italiano. Dal quotidiano Sydney Morning Herald di sabato apprendo, infatti, che sullo "storico" Spanish Club di Sydney, incombe ormai il pericolo della chiusura a causa di una situazione debitoria di oltre milioni di dollari. Le due cause principali di questo pauroso indebitamento sono, secondo quanto riportato dall'autorevole giornale, non essere riusciti ad attrarre soci tra i giovani di origine spagnola e le diatribe, liti legali, ripicche tra i componenti del consiglio di amministrazione. Questo Club, situato nel centro della City in un appetibile stabile di sette piani, ha 45 anni di vita e per tanto tempo è stata la "casa comune" dei fuoriusciti spagnoli anarchici e degli immigrati baschi, dei monarchici e delle ballerine di flamenco ed oggi è ridotto a qualche tavolo di anziani che giocano alle carte. Scomparso il ristorante nel quale venti anni fa era difficile trovare posto, agli spettacoli di varietà, ai dibattiti politici. No, solo qualche giocatore alle carte, qualche bicchiere di birra e l'incapacità di accettare una fine ingloriosa per mancanza di quei ricambi che il più modesto raziocinio imporrebbe. (Pietro Schirru-La Fiamma/Inform)

INFORM - N. 193 - 16 ottobre 2006


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