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L’UNITÀ ECONOMICA
Quale
sarebbe stata l’alternativa all’unità? Quale l’alternativa allo Stato
realizzato con il Risorgimento? La libertà nell’ambito dei vecchi Stati
italiani? Una esistenza internazionale degli Italiani paragonabile a quella
che lo Stato unitario ha assicurato ad essi da subito? Un’Italia unita, ma
di una unità «leggera» pronta a sfasciarsi alla prima forte strambata che
le fosse capitata addosso? Si afferma il «fallimento» dell’unità. Ma che
cos’era l’Italia nell’economia mondiale nel 1860? Praticamente, nulla.
Che cos’è oggi? Uno dei dieci paesi più avanzati del mondo. La
realtà è che l’Italia unita è stato il quadro di un successo clamoroso
negli annali dell’economia contemporanea. Tutto un successo? Siamo lontani
dal pensarlo. Abbiamo ancora la «questione meridionale». L’Italia come
Stato moderno, efficiente, senza incrostazioni paralizzanti della politica,
dell’amministrazione, degli stessi particolari e di simili altre delizie è
ancora largamente da costruire. È prosperata come mai prima la malavita
organizzata, e sono sopravvissuti i problemi delle grandi migrazioni
internazionali. E non parliamo di tanti altri mali dell’Italia di oggi. Detto
ciò, rimane fermo che l’unità ha concluso con una discreta riuscita la
rincorsa all’Europa che l’Italia risorgimentale iniziò sin dalla fine del
secolo XVIII, dopo due o tre secoli in cui in Europa si era ritrovata sempre
più ai margini. Lo stesso Mezzogiorno è rimasto distante dal Nord, ma è di
gran lunga più progredito che nel 1860. Lo stato italiano fa ancora disperare
i suoi cittadini, ma è uno Stato moderno la cui riforma è sempre possibile.
E così via. […] Gli scetticismi, le avversioni o derisioni di oggi non sono gravi per il valore di quella ricorrenza, bensì per il distacco che denotano dai valori indissolubilmente e positivamente legati ad essa, oltre che per l’indifferenza alla verità storica. Il che non fa male all’unità italiana, ma ne fa molto alla vitalità di quei valori, con un rischio che non è tanto dell’unità (più salda di quel che si crede) quanto proprio alla sorte attuale di quei valori.
(Giuseppe
Galasso, Corriere del Mezzogiorno 27/06/2010) |