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LO
STATO ITALIANO è UNITARIO Così
scrive Edmondo Berselli in “Il più mancino dei tiri”. Un valore
fondamentale della politica si è incarnato nell’idea dell’unità, o ancor
meglio dell’unitarietà. Ma, un momento: l’unità è un valore primario,
un dato di base sfuggendo al quale si commettono ineluttabilmente errori
colossali. L’unitarietà invece è un criterio complesso, che mette in moto
un intero processo politico, fa i conti con evidenti differenze di classe,
implica quindi una volontà superiore di comporre le diversità: è un esito
ben più che un punto di partenza. Si
sta uniti infatti perché la si pensa allo stesso modo, si è uguali, si viene
da lontano, ma si è unitari quando mille rivoli riescono a confluire in un
unico torrente finale. Unita può essere talvolta una squadra di media
classifica, che tenta di ovviare con la coesione e un severo modulo tattico al
deficit tecnico; ma l’Inter di Herrera, che deve fare convivere undici
fuoriclasse, date retta, è una formazione unitaria. Sia
come sia, un popolo dipinto come un’accozzaglia di solisti, di
individualisti indisponenti, di anarchici sregolati, non appena cominciava a
discutere la necessità di restare uniti, compatti, nel deprecare i rischi di
scissioni e frazionismi. E questo valeva sia che si trattasse del fronte
popolare sia dell’atteggiamento da assumere nella riunione dell’assemblea
di condominio, sul problema dei balconi, sull’istanza degli stenditoi, sulla
tematica delle fognature o delle veneziane. (31
maggio 2010) |